Ateismo alimentare: esasperazioni


Seppur formalmente pare essere cresciuta l’attenzione dei consumatori verso il cibo, in realtà basta andare nei mercati e supermercati – soprattutto nell’area frutta e verdura – per comprendere facilmente quale sia, in realtà,  lo stato delle cose.

È forse sì aumentata la conoscenza di informazioni-marketing sui prodotti ma continuiamo ad ignorare i tantissimi ‘aspetti naturali del cibo’. Conosciamo il nome di antiche farine ma non sappiamo come e dove si coltivano; conosciamo qualche particolare DOP ma ne ignoriamo le caratteristiche; pensiamo che il nome di quel famoso (piccolo) pomodoro siciliano sia il sinonimo per indicare tutti i pomodori di quel calibro!

Abbiamo le fisime per il cibo: saremmo disposti a lottare a mani nude per mangiare di qualità… ma poi domandiamo fagiolini freschi a gennaio, pretendiamo l’anguria a ad aprile (preferibilmente bio e made in Italy) e compriamo i peperoni rossi a dicembre… perché fanno pendant.

Siamo divenuti atei alimentari: neghiamo (ignorantemente) i tempi della terra.

Esaspero che mi piace molto e, sopratutto, è facile farlo. Andrebbe introdotto per legge un periodo obbligatorio da passare negli orti: al compimento del diciottesimo anno di età, maschi e femmine, dovrebbero trascorrere dieci mesi in campagna per respirare l’essenza e ascoltare il suono della zappa durante la sarchiatura.

Siamo ancora troppo separati dalla fase di coltivazione e, quindi, ignoriamo la fisiologia del cibo.
Si pretende il bio, ma poi ci si lamenta se le foglie della lattuga sono ‘sporche’ di terra o — peggio ancora — se nel suo cespo troviamo qualche lumaca o forbicina (Forficula auricularia linnaeus).

La terra, l’agricoltura sono ancora troppo un mistero. Ed al mistero si risponde in due modi: o con supina accettazione  o con allontanamento.
Come quando a Bologna un tassista mi chiese:
«Che lavoro fa?»;
«Mi occupo di diritto alimentare».

«Ma lei capisce di bio?»;

«Un pochino».

«Ma senta: perché dovrei mangiare una cosa concimata con merda. Preferisco la chimica. Mi dà l’idea che sia una cosa più pulita».

                                                                                                                                         Massimo Palumbo

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