Una scelta di campo


Biologico – Una scelta di campo

Era il titolo dell’incontro che si è tenuto ieri, 6 marzo, presso un’aula della Camera dei Deputati.

Il tema era, in generale, l’agricoltura biologica, e, più nello specifico, il disegno di legge su questa cruciale materia all’esame del Senato, dopo l’approvazione dell’altro ramo del Parlamento avvenuta nello scorso dicembre.

Il provvedimento legislativo in questione meriterà, a breve, un esame decisamente approfondito su questo blog, tale è la portata di alcune previsioni contenute al suo interno.

Sin d’ora, però, è il caso di rimarcare alcune delle sue più significative linee di fondo: in cima alle quali non può non collocarsi la visione decisamente “progressista” dell’agricoltura biologica; con il logico corollario di un ruolo centrale riconosciuto alla ricerca scientifica e all’innovazione. E con l’ulteriore, conseguente, previsione di appositi e sistematici fondi per la ricerca stessa.

E’ la direzione di marcia giusta.

L’agroecologia del terzo millennio non può rinunciare, per ottusa spocchia scientista, a tante buone pratiche e saperi dal basso solo perché privi di pedigree epistemologico.

Ma non può neanche pensare seriamente che le criticità – quando non vere e proprie emergenze – sistemiche dell’agricoltura nell’era dei cambiamenti climatici si possano affrontare solo con le nude mani “della tradizione” (a tacere, in questa sede, di altre implicazioni non proprio salubri, in vari ambiti, della categoria in questione).

Biologico deve diventare, per definizione, sinonimo di “fondato scientificamente e avanzato tecnologicamente”.

Il che costituirebbe, peraltro, anche la risposta più risolutiva agli anatemi accademici che continuano a piovere sul bio, scagliati dalle varie “confraternite della scienza pura”.

Attacchi che, nella loro condanna aprioristica della pratica biologica come nuova forma di agricoltura diffusa e non più di nicchia, non è improprio definire come tecnicamente reazionari. Le parole ci sono: usiamole!

Per tornare brevemente all’incontro di ieri, in una complessiva valutazione di grande interesse e utilità dello stesso, non può sottacersi un elemento di perplessità.

Tra le varie scienze che erano presenti al tavolo della prima sessione, ne mancava una, quella che, secondo il modestissimo giudizio di chi scrive, in quest’ambito dovrebbe invece esser centrale e prioritaria (a costo di scadere in un bieco antropocentrismo): la scienza medica, sia nella forma della medicina individuale (la clinica) che, ancor più, delle popolazioni (l’epidemiologia).

La scelta di campo del biologico – prima ancora che per i pur validi, vari, ordini di considerazioni che sono emersi ieri mattina – non può non essere fondata sulla constatazione per cui il bio fa molto meno male, oltre ogni ragionevole dubbio, alla salute della terra e delle specie che la abitano. Quella umana in primis.

Senza alcuna voglia di demonizzare l’agricoltura convenzionale, è difficilmente discutibile – dati ambientali ed epidemiologici alla mano – che, tra i meriti storici che ha avuto, essa è stata ed è ancor oggi una poderosa causa di malattia, a volte anche letale, dell’ambiente e degli esseri umani.

Questi sono dati di fatto, per l’appunto, e sono muniti, purtroppo, di notevoli conforti in termini di evidenze scientifiche.

Occultarli o anche solo sminuirli per timore di ledere qualche suscettibilità “convenzionale” significherebbe una scelta di campo a metà; una partita che continua a giocarsi su due campi, a volte molto distanti tra di loro.

Non sarebbe sostenibile.

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